Dopo i Crespi

1930-1951

L’allontanamento

Nei primi mesi del 1930, non trovando soluzione alla crisi che colpisce lo stabilimento, si procede con la costituzione di una società anonima che fonde i cotonifici Benigno Crespi, Veneziano e Manifatture Toscane (BCVT) che diventerà più tardi S.T.I. (Stabilimenti Tessili Italiani).

La Banca Commerciale Italiana detiene la maggioranza delle quote. Le azioni della Benigno Crespi vengono cedute alla Commerciale così come i beni di famiglia, compreso il palazzo di via Borgonuovo. A questo punto mancano solo le dimissioni di Silvio dalla presidenza della Banca che infatti giungono il 1 novembre 1930.

Un vero schiaffone. Lo shock per i Crespi e per i crespesi deve essere stato duro da mandare giù. La famiglia, abituata a gestire in modo autonomo lavoro e vita sociale non può più mettere parola su nulla.

Dal canto loro gli abitanti si sentono orfani, privi di punti di riferimento. Con l’uscita dei Crespi dalla società e dal villaggio, il progetto di sviluppo che prevedeva la costruzione di altre case e una maggiore autonomia civica si interrompe.

La famiglia torna al villaggio di tanto in tanto e anche se Silvio si adopera per riavere un ruolo decisionale nelle sorti del cotonificio, il suo impegno non dà i frutti sperati. Nel 1936 un gruppo di finanzieri veneziani acquista lo stabilimento dall’IRI. È la mossa che sancisce il definitivo allontanamento dei Crespi.

Bruno Canto

A dirigere l’azienda e il villaggio viene scelto Bruno Canto. Anche lui, come Silvio, proviene da una famiglia che ha sempre operato nel mondo del cotone. In un certo qual modo Canto ha realizzato in Campania ciò che Crespi ha compiuto in Lombardia.

Qui diventa procuratore delle Manifatture Cotoniere Meridionali, una società che comprende grandi complessi tessili. Canto si dimostra molto abile nei rapporti con banche, assicurazioni, stampa, ma tra il 1920 e il 1930, come Crespi, deve gestire problemi finanziari, scioperi, periodi di magra, momenti di rilancio.

Nel 1929 la situazione è così grave e le perdite così ingenti che si vede costretto a dimettersi da amministratore delegato delle MCM. L’anno successivo viene licenziato.

Nel 1934 si trasferisce in Veneto, dove avvia un cotonificio acquisito poi da un potente gruppo finanziario. È lo stesso che due anni dopo rileva lo stabilimento di Crespi. Quando si tratta di trovare un amministratore con esperienza, Canto sembra la risposta più ovvia.

La S.T.I. di Bruno Canto

Arrivato a Crespi, Canto si trova subito a suo agio e si pone come obiettivo quello di operare in continuità con la famiglia che l’ha preceduto. Il lavoro riprende in modo più energico e l’atteggiamento di Canto con la popolazione progredisce piano piano.

Le case operaie vengono migliorate, i servizi primari rispristinati. A occuparsi della vita sociale sono più che altro il fratello di Bruno, Gino, e sua moglie Gina. A lei si deve il cambio di nome della villa di Concesa che si erge sulla sponda milanese dell’Adda dove la coppia va a stare nei fine settimana.

Il fascismo

La gestione Canto arriva nel momento in cui il fascismo tocca l’apice. La villa castello diventa la sede della Federazione provinciale del Fascio. I lavoratori hanno l’obbligo di tesseramento, il paese ospita spesso potenti gerarchi e le manifestazioni in divisa sono numerose.

L’adesione si fa completa quando nel 1941 Bruno Canto pubblica la rivista Tessilia, nome littorio che, volente o nolente, per quasi tre anni  identifica quello del paese stesso.

Marcapiani e colori delle case

Tra i cambiamenti subiti dal villaggio, il più evidente riguarda le case operaie, cui viene tolto il marcapiano in cotto e i cui colori diventano rosso, verde e bianco.

Allo stesso tempo sono aggiunti dei nuovi servizi e riattivati quelli già presenti all’epoca dei Crespi.

Il dopoguerra

Crespi non è raggiunta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Canto e la sua cerchia si mettono all’opera per riportare lavoro e benessere ai livelli antecedenti il conflitto.

Prima dell’arrivo delle leggi razziali a dirigere lo stabilimento c’è Carlo Fuà. Essendo di origine ebrea è costretto a nascondersi. Terminate le ostilità torna al lavoro e lo fa con una tempra che spesso sconfina nell’autoritarismo.

Canto intanto fa progettare una nuova piazza nella zona della Cooperativa. Il progetto prevede negozi, cinematografo, albergo, ma rimane sulla carta. Solo in fabbrica vengono sostituite le macchine con modelli più efficienti, per il resto tutto resta immobile.