Il contesto

La Rivoluzione Industriale

Dal 1760 al 1830, in Inghilterra si innescano una serie di condizioni che portano a quella che ha preso il nome di Rivoluzione Industriale. In primis muta la struttura economica. Si passa dalla produzione agricola, fatta a mano, a quella meccanizzata, basata su tecnologie avanzate.

L’uso del ferro, della macchina a vapore, nonché il rapido incremento nella rete dei trasporti ferroviari, stradali, fluviali e via mare rendono possibile la fabbricazione e lo scambio di beni su una scala fino ad allora impensabile.

Cambiano i rapporti anche tra coloro che offrono e accettano lavoro. Da una parte gli imprenditori che, investito il capitale necessario per le macchine, danno salari agli addetti al loro funzionamento in cambio di occupazione. Dall’altra gli operai che accorrono negli stabilimenti e che, per il miglior funzionamento della fabbrica, acconsentono ad essere organizzati secondo criteri razionali: funzioni, orari, turni.

Tra le manifatture che in maggior misura si sviluppano in Inghilterra c’è la cotoniera, il settore trainante insieme al siderurgico. In Italia tali cambiamenti si manifestano con almeno sessanta-settanta anni di ritardo. Una politica industriale più consapevole si compie solo dopo l’Unità, nel 1861.

La macchina e l'energia

La macchina accompagna il lavoro e la vita dell’uomo da sempre, ma con la rivoluzione industriale il suo ausilio diventa indispensabile e porta a un cambiamento decisivo. Tramite la forza idraulica, collegata al meccanismo di trasmissione, la macchina può riprodurre gesti e funzioni dell’uomo ripetendoli con maggiore velocità.

Nel tessile, ad esempio, i filatoi sfruttano il movimento dell’albero motore unico, che distribuisce il movimento ai piani di lavoro con un complesso sistema di pulegge e cinghie di cuoio.

La forza idraulica viene integrata quando James Watt, tra il 1765 e il 1781 inventa e perfeziona la macchina a vapore. Una fonte di calore porta all’ebollizione una certa quantità di acqua producendo vapore che, espandendosi, preme sulle pareti del contenitore mettendo in movimento un pistone. Grazie a un semplice accorgimento il suo moto diventa circolare e ininterrotto, garantendo alle attrezzature continuità, potenza e lavoro meccanico.

La fonte energetica iniziale della rivoluzione industriale è l’acqua, ovvero l’energia idraulica trasmessa senza soluzione di continuità alle apparecchiature.

Con la macchina a vapore, la legna e il carbone diventano fonti energetiche altrettanto importanti. L’acqua riguadagna centralità quando viene inventata l’energia idroelettrica e costruite le prime centrali.

L’Adda e il territorio

L’Adda si tuffa nella storia lombarda con la forza impetuosa delle sue acque. Il medio corso, che va da Garlate, in provincia di Lecco, a Cassano d’Adda, in provincia di Milano, presenta impronte di interesse storico, sociale e tecnologico che riferiscono di come il fiume sia stato il motore dell’industrializzazione in Lombardia.

Prima di allora sono i mulini e gli opifici a trarre forza motrice dal fiume, soprattutto grazie a un complesso sistema di canali e rogge. Poi, con i primi insediamenti industriali, l’energia dell’Adda viene utilizzata in maniera più sistematica e proficua e si perfeziona con l’introduzione delle centrali idroelettriche.

Il Naviglio Martesana

Nel 1457, sotto l’attuale ponte di Trezzo sull’Adda, viene costruito la sezione d’imbocco del Naviglio Martesana. Il canale viene scavato per irrigare i campi e per trasportare le merci fino a Milano. Terminato in soli sei anni, giunge, dopo 38 chilometri, nella zona di Piazza San Marco, nel capoluogo lombardo.

Per trasportare le merci in senso contrario alla corrente è costeggiato da una strada alzaia necessaria agli animali da tiro. Adda e Naviglio costituiscono un’accoppiata decisiva per l’economia, i trasporti e l’evoluzione del territorio in cui scorrono.

Cartiera Binda

A Vaprio d’Adda, in una zona compresa tra il Naviglio Martesana e l’Adda, verso la fine del Settecento sorge una cartiera. Viene scelto questo posto proprio per l’abbondanza di acqua disponibile, elemento essenziale alla produzione.

La cartiera passa nella mani di diverse società e della struttura originaria non rimane pressoché nulla, anche se ci sono tracce di una piccola centrale idroelettrica che sfruttava le acque del naviglio.

Filanda Molinazzo

La filanda della famiglia Mejani, a Brivio, viene costruita nel 1776 e la sua conformazione rivela le caratteristiche tipiche degli opifici illustri lombardi – il fiume e la zona abitativa attigua a quella produttiva. Villa e filanda sono infatti unite da una passerella.

La filanda si sviluppa in lunghezza ed è grande e luminosa grazie ai nove finestroni ricavati nelle pareti. Una di queste ospitava un grosso orologio che scandiva i ritmi produttivi.

Vellutificio Velvis

A Vaprio d’Adda, nel 1839, la società Stoli Dell’Acqua & Co., realizza uno stabilimento per la filatura e la torcitura del cotone.

Nel 1858 diventa proprietà Archinto e sette anni dopo passa ai Visconti di Modrone che creano il marchio Velvis – Velluti Visconti.

La fabbrica ricorda una fortezza medievale. La torre merlata conteneva un albero motore verticale che dava energia alle macchine ai vari piani dello stabilimento. Anche qui erano le acque della Martesana, tramite complesse canalizzazioni sotterranee, a dare energia alla produzione.

La Filanda Abegg

A Garlate, nel 1841, viene costruita la filanda Abegg, voluta da Gaetano Bruni. Gli Abegg, originari di Zurigo, la acquistano nel 1887 accrescendo la produzione.

L’acqua, tratta dal lago formato dall’Adda stessa, serve a far funzionare la ruota idraulica che, grazie a ingranaggi lignei e cinghie, trascina i fusi nel loro movimento rotatorio.

Centrale idroelettrica Bertini

Con l’introduzione dell’energia idroelettrica il ruolo dell’Adda diventa ancora più vitale. Il 1898 vede la nascita dell’industria elettrica in Italia. A Paderno d’Adda viene attivata la centrale idroelettrica Bertini.

L’edificio sfrutta un salto dell’Adda di circa 28 metri che mette in moto alimentatori e turbine. L’energia elettrica prodotta viene trasferita per linea aerea ad alta tensione e raggiunge la centrale milanese di Porta Volta, distante 32 chilometri. Una vera e propria mirabilia tecnologia.

Centrale idroelettrica Taccani

Nasce a Trezzo sull’Adda, nel 1906, su impulso di Cristoforo Crespi che ha sete di energia per il suo villaggio operaio, distante solo qualche chilometro.

La centrale agisce come un unico grande polmone che respira con il fiume. Perfetta è la fusione con il paesaggio e il contesto storico, incarnato dal castello visconteo.

La struttura sfrutta la curva naturale dell’Adda. Lo sbarramento è lungo circa centro metri ed è costituito da una traversa subacquea in calcestruzzo con sette paratoie poggiate al fondo roccioso. Uscendo dalle turbine l’acqua defluisce in una vasca e sfocia nel fiume oltre l’ansa, dove il corso torna rettilineo.

Centrale idroelettrica Esterle

Viene terminata nel 1914 e risponde alla crescente necessità di energia elettrica nel settore industriale e civile. Se la Taccani di Trezzo assume un aspetto neomedievale, la Esterle prende le sembianze di una villa di delizia.

Le colonnine all’ingresso, i lampioni e le grondaie in ferro, le finestre goticheggianti, i mattoni ne fanno un edificio dal forte impatto ornamentale. L’eleganza della costruzione non ne diminuisce l’efficienza dato che diviene la centrale più potente del medio corso dell’Adda.

Centrale idroelettrica Semenza

Dopo la Prima Guerra Mondiale la richiesta di energia elettrica diventa ancora più alta. Ecco perché sfruttando la diga di Robbiate si decide di costruire un’altra centrale sul medio corso dell’Adda, messa in funzione nel 1917.

L’edificio è posto subito a valle della diga, sulla sponda sinistra del fiume, ed è costituita da un canale di circa 100 metri, che fa capo a tre vasche di carico. Il complesso non sfrutta il salto dell’acqua, ma la grande massa liquida che transita nel letto del fiume.

Ponte di Paderno

Ferro, ghisa, incroci di lamiere, rivetti, ardite sovrapposizioni geometriche, 100.000 chiodi e nessuna saldatura, in poche parole – il ponte in ferro di Paderno d’Adda.

Si trova poco più a valle della diga di Robbiate rappresenta una delle opere ingegneristiche italiane più sorprendenti dell’Ottocento. Viene costruito tra il 1887 e il 1889 su progetto dell’ingegnere svizzero Julius Röthlisberger, nello stesso periodo e con le stesse tecniche con cui a Parigi è innalzata la Tour Eiffel. Lo stesso Eiffel qualche anno prima ha progettato il ponte di Garabit, nel cuore della Francia, di cui quello di Paderno è una copia fedele. Torre Eiffel e ponte di Paderno diventano il simbolo del trionfo industriale al di qua e al di là delle Alpi.

Il ponte nasce dall’esigenza di creare un collegamento ferroviario in una zona ad alta concentrazione industriale che è però isolata dal corso del fiume Adda. È lungo 266 metri e la campata superiore è sostenuta da sette piloni a loro volta sorretti da una semi-ellisse. La struttura ha due piani, quello sottostante, per la rete ferroviaria, e quello soprastante che garantisce il passaggio dei veicoli e dei pedoni.

Le Grandi Esposizioni

È il 1851. A Londra un’enorme costruzione in vetro e ferro, simile a una serra gigantesca, occupa Hyde Park. Va in scena la Grande Esposizione Universale, la prima. La manifestazione che da qui in avanti avrà scadenza periodica e verrà ospitata in altre grandi città del mondo – Parigi, Vienna, New York, Philadelphia, Chicago – si rivela uno spazio-evento a metà tra museo, grande magazzino, fiera di paese e luna park.

Durante queste enormi mostre mercato sono presentati e messi in vendita prodotti e scoperte di ogni tipo: dagli ascensori ai cannoni, dai telefoni ai motori a scoppio. Allo stesso tempo sono esibiti i progressi scientifici, le innovazioni nel campo delle materie prime, delle macchine, i ritrovati nell’industria, le novità nelle belle arti.

La Torre Eiffel, costruita apposta per l’Esposizione del 1889, definita un mostro dalla stragrande maggioranza dei parigini, resta l’edificio costruito ad hoc più celebre del mondo.

Lavoro e manodopera

Prima della Rivoluzione Industriale il lavoro si svolge in prevalenza nei campi e segue i ritmi stagionali e delle coltivazioni. La donna non solo lavora, ma si occupa della casa e degli anziani. I bambini assistono gli adulti rendendo le attività più veloci per diventare presto anche braccia e gambe adatte ai campi.

L’ingresso in fabbrica modifica lavoro e vita domestica. I turni e la specializzazione spezzano le famiglie in singole unità produttive. Dentro lo stabilimento i gesti diventano meccanici e ripetitivi e gli ambienti caratterizzati da condizioni igieniche precarie.

I lavoratori sono sottoposti a umidità, polveri, calore eccessivo, macchinari pericolosi. La manodopera è divisa in percentuali simili tra uomini e donne, ma alto è il tasso di impiego di fanciulle e fanciulli.

Fino al 1886, quando si cerca di dare una prima legislazione al lavoro minorile, i bambini iniziano a sette anni circa. I turni sono di dodici ore e si lavora anche di notte.

Condizioni igieniche e malattie

Verso il 1880 la speranza di vita degli uomini in Italia è di circa 33 anni, quella delle donne leggermente superiore. Nel 1930, anno in cui i Crespi lasciano il villaggio, è di circa 50 anni per le donne e appena sotto per gli uomini.
Alla fine dell’Ottocento le cause di morte sono principalmente patologie infettive come il morbillo, la scarlattina, la pertosse, il vaiolo, la difterite, la malaria, la tubercolosi.

Alcune malattie derivano dal sovrappopolamento, dalla scarsa igiene e dall’insufficienza alimentare. Alta è la percentuale della mortalità infantile che si riduce parecchio nel secondo dopoguerra.
Esistono alcune malattie, come il rachitismo, che si contraggono per la mancanza di luce e di aria nelle case o altre, alle giunture, dovute all’esposizione all’umidità o al prolungato lavoro nella medesima posizione.

Archeologia industriale

È una disciplina che nasce nel contesto culturale anglosassone intorno ai Cinquanta del Novecento e che approda in Italia con alcuni anni di ritardo. Si occupa dello studio delle testimonianze del passato industriale, concentrandosi sui luoghi, sulle tecnologie dei processi produttivi, sulle tracce materiali e immateriali, sulle fotografie, sui filmati così da interpretare e raccontare la complessità del fenomeno dell’industrializzazione.

Oggetto di studio possono essere quindi macchine, opifici, complessi industriali, reti stradali e ferroviarie, ponti, canali, dighe, fenomeni urbanistici, agglomerati abitativi. Scopo della disciplina è restituire la memoria di un periodo che ha mutato il modo di produrre e quindi di essere dell’uomo.

www.archeologiaindustriale.net
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