La fondazione

1877-1890

Visioni

Eccolo, alla fine. Così forse deve aver sbottato Cristoforo Crespi, dopo un lungo vagare per la Lombardia, anni e anni di ricerche, spesso condotte viaggiando in carrozza, quasi mimando una specie di Far West nostrano.

Cosa ha davanti agli occhi? A un primo sguardo un terreno selvaggio, infossato dentro confini naturali – il fiume Adda e un suo affluente, il Brembo, su due lati e sul terzo, rialzato, quello che un tempo veniva chiamato il fosso bergamasco. L’avvallamento ha un’unica via d’ingresso a nord, ripida e polverosa.

Questo è ciò che potrebbe vedere chiunque, ma non Cristoforo che ha un sogno e quel sogno lo vuole realizzare a tutti i costi. Ecco perché comprende che proprio lì può costruire uno stabilimento per la filatura del cotone.

È il 1877. Il terreno si trova in provincia di Bergamo, ma al confine con quella di Milano, una zona di notevole importanza strategica.

Terreni

Cristoforo si convince presto che si tratta del posto giusto, ma all’inizio non è facile raccapezzarsi tra mappe e proprietà.

A guardare le cartografie sembra più che altro un rompicapo. Il terreno è diviso in appezzamenti del comune di Canonica d’Adda da una parte, e del comune di Capriate d’Adda dall’altra.

Dopo aver fatto i suoi calcoli, Crespi compera terreni fino a raggiungere una superficie di ottantacinque ettari circa. Il puzzle è completato, pronto per essere la base del suo ambizioso progetto, anzi del suo sogno.

Acqua

Acquistare il terreno è solo il primo passo, c’è parecchio ancora da fare. L’altro fattore irrinunciabile è l’acqua, all’epoca il motore dell’industria, soprattutto quella tessile. Senza la sua potenza non ci sarebbe lavoro. Ecco perché Crespi chiede e ottiene la concessione per lo sfruttamento delle acque dell’Adda. In quel punto corre dritta, affiancata sull’altra sponda dal naviglio Martesana, una gloriosa via navigabile che conduce fino a Milano.

Per sfruttarla a sua favore Cristoforo ha bisogno di realizzare una derivazione del fiume che la convogli verso il cuore della fabbrica e decide di creare un canale artificiale.
Picconi, turni di lavoro con centinaia di operai impegnati a scavare, spostare, piegare alla propria volontà quasi 170.000 metri cubi di terra e 13.000 di roccia viva.

Alla fine tutta quella fatica porta alla costruzione di un canale di circa un chilometro di lunghezza che termina con un salto delle acque di quattro metri, il dislivello necessario a produrre energia idraulica.

Il più sembra fatto, invece, quando si tratta di edificare la sala turbine, la faccenda si complica. A quanto pare c’è un’infiltrazione d’acqua che gli operai non riescono a prosciugare nemmeno con l’aiuto di potenti pompe, alimentate da motori a vapore. Vanno avanti 40 giorni e 40 notti senza mai mollare, ma l’operazione pare destinata al fallimento. Cristoforo è preoccupato e avvilito e, in una lettera, confessa come una parte dei suoi capelli sia diventata bianca.

Non è il lavoro dell’uomo però, è la siccità che gli permette di vincere la battaglia. Un chiaro segno del destino – la fabbrica si farà.

Il canapone

Una volta passato il pericolo e realizzata la sala viene il momento di allestire la centrale. L’enorme stanza, detta il canapone, accoglie una grossa turbina cui era affidato il compito di produrre forza motrice.

Nei sotterranei della fabbrica i bracci meccanici, collegati al motore, raggiungono i reparti e fanno funzionare le apparecchiature della filatura. Nel 1904 Cristoforo la trasforma in centrale idroelettrica che va in funzione nel 1909.

Lo stabilimento

Quando sceglie che forma dare al suo cotonificio Cristoforo prende a modello le fabbriche britanniche. Il profilo seghettato dei tetti, visibile ancora oggi, non a caso, si chiama shed inglese.

La scelta ricade su ambienti enormi a un solo piano i cui tetti hanno una parte inclinata in vetro, orientata a nord, così da diffondere una luce uniforme senza però abbagliare chi lavora.

La realizzazione del primo nucleo produttivo dà meno problemi rispetto al canale. Il risultato è un cotonificio di 7.650 metri quadri con due reparti: filatura e ritorcitura. Questa lavorazione, rarissima in Italia, consiste nell’attorcigliare più fili di cotone fino ad ottenerne uno più resistente.

Il baccano provocato dal movimento delle macchine inizia a occupare l’aria a partire dal 25 luglio 1878. Un rumore tipico, che chi ha vissuto e lavorato a Crespi ricorda con precisione. Quel giorno, un bambino di dieci anni si avvicina alla caricatrice e la riempie con la prima manciata di cotone grezzo. È Silvio Crespi, il figlio maggiore di Cristoforo.

All’interno di questi primi spazi sono installati 1.200 telai meccanici e 5.000 fusi. I fusi sono di tipo selfacting, ovvero apparecchiature a funzionamento intermittente, tra le più moderne dell’epoca, importate dall’Inghilterra.

Manodopera

I territori circostanti la nascente fabbrica sono da sempre votati all’agricoltura. Gente che lavora nei campi da centinaia di anni, campi prima sfruttati e poi abbandonati perché impoveriti. Contadini che non hanno alcuna programmazione e scarso spirito d’iniziativa.

I fiumi non hanno argini e spesso le zone circostanti sono paludi infestate.

Insomma chi lavora la terra riesce a stento a essere autosufficiente, tanto che molti lavoratori fanno spedizioni stagionali all’estero per rimpolpare il misero guadagno. Cristoforo crede che quei contadini – la tenacia con cui s’impegnano giorno dopo giorno – possano essere impiegati nel lavoro industriale.

Per farlo ha bisogno però di due fattori: qualcuno che insegni loro il lavoro e spazi abitativi prossimi alla fabbrica.

I palazzotti

Per ovviare ai bisogni abitativi, Cristoforo, a due passi dallo stabilimento, fa erigere i palazzotti. Vengono fabbricati tre edifici su altrettanti piani, lineari, con circa quaranta locali ciascuno. Qui sono alloggiati alcuni lavoratori specializzati di altri cotonifici con le famiglie, e i primi contadini bergamaschi che si prestano a imparare il mestiere. Tali spazi ospitano anche una piccola scuola domenicale, un asilo per i bambini e un magazzino di generi di ordinario consumo.

Non possono però mancare altri servizi. Nascono perciò una mensa, un albergo e una scuderia per gli animali che servono al trasporto dei materiali.

Nell’arco di tre anni, quello che è un territorio selvatico inizia a brulicare di vita. C’è un continuo viavai di persone, di animali, di carri, di merci. Il villaggio prende forma.

Donne e bambini

Al tempo dell’apertura del cotonificio, in Italia solo il trenta per cento degli operai del settore tessile sono maschi adulti. Il resto della forza lavoro è costituito da donne e minori.

I turni possono essere di dodici ore e arrivare fino a quindici. Tra l’altro, dentro i reparti, i disagi e i pericoli possono essere numerosi e causati dall’eccessivo calore dei macchinari, dal sollevarsi della polvere del cotone e dai movimenti di alcune apparecchiature molto ingombranti.

Nel 1889 a Crespi il numero di lavoratori è così distribuito: 210 uomini, 250 donne, 140 fanciulli di cui 80 femmine e 60 maschi con meno di 15 anni.

Trasporti e collegamenti

Per l’epoca avere una bicicletta è un lusso. Strade vere e proprie non ne esistono. Andare al lavoro significa uscire di casa a orari improponibili, incamminarsi, marciare per delle mezz’ore, se non di più, giungere in fabbrica, svolgere il proprio turno e poi tornare a casa sempre allo stesso modo, con la fatica della giornata sulle spalle.

A Crespi poi c’è un altro problema – l’attraversamento del fiume. I veicoli, anche se rari, ma anche i carri, le carrozze, i cavalli, le greggi devono raggiungere quello che viene chiamato, con un po’ di esagerazione, il porto. Si trova a Trezzo sull’Adda, al termine di una strada che zigzaga fino alla riva dell’Adda. Qui, ad attenderli, c’è un barcone che li traghetta sull’altra sponda.

Non esistono ponti al tempo della fondazione, se non a Canonica d’Adda, alcuni chilometri a valle. Ecco perché Cristoforo decide di far costruire un paio di passerelle che rendano più agevole il passaggio tra le due sponde. Una collega direttamente quella milanese con l’ingresso dello stabilimento e viene demolita negli anni Trenta del Novecento. L’accesso è aperto un quarto d’ora prima di ogni turno e chiuso quindici minuto dopo.

L’altro ponticello invece si trova 500 metri più a monte e si è mantenuto fino a oggi.

Luce elettrica

Bagliori artificiali nati da filamenti di cotone carbonizzato, una meraviglia tecnica che offre la possibilità di strappare il buio alla notte.

Anche a Crespi, all’interno della fabbrica, arriva la luce elettrica. L’impianto utilizzato viene direttamente dagli Stati Uniti, dal laboratorio di Thomas Edison, l’inventore della lampada a incandescenza. Entro il 1889 la luce elettrica è disponibile in tutto il villaggio.

Lo sviluppo prosegue

Cristoforo ha già preventivato di allargare lo stabilimento e di aggiungere altri macchinari, viste la dimensioni che ha voluto per il suo opificio.

Nel 1884 i fusi arrivano a 20.000. Di questi, 3.000 sono di tipo ring, che si distinguono dai selfacting per essere filatoi continui. L’incremento delle macchine lavoro obbliga a sviluppare anche una forza motrice più elevata.

Il ponte

Un’unica grande arcata in ferro che sostiene la strada vera e propria, un gioco ad incastro mirabolante. Il ponte costruito tra Capriate d’Adda e Trezzo sull’Adda dal 1884 al 1886 ha un disegno leggero e ardito al tempo stesso. A progettarlo è Julius Röthlisberger, non a caso paragonato all’ideatore della torre Eiffel.

Il viadotto dà un impulso ulteriore ai commerci di Cristoforo tanto che nel 1888 ospita i binari del treno che unisce Monza, Trezzo e Bergamo e che viene chiamato “Gamba de lègn”, ovvero “Gamba di legno”.

Il nuovo direttore generale

Alla vigilia del Natale 1889, Cristoforo fa un regalo, grande e delicato al tempo stesso, al figlio Silvio. Undici anni dopo aver gettato la prima manciata di cotone grezzo nella caricatrice, il primogenito è infatti nominato direttore generale dello stabilimento.

Si è da poco laureato in giurisprudenza e ha già fatto esperienze lavorative all’estero, prima in una filatura in Inghilterra, poi in Germania, infine in una banca londinese.

Silvio dà subito l’impressione di essere la persona giusta al momento giusto: preparato, brillante, pieno d’iniziativa. Il sogno di Cristoforo spicca il volo.

Casette operaie

La propulsione impressa da Silvio tocca sia gli aspetti produttivi che quelli residenziali. Nel 1886 Cristoforo fa innalzare le prime casette operaie. Il figlio dà al progetto abitativo un ordine più rigoroso, prevedendo la costruzione delle abitazioni lungo assi ortogonali e distanziate in modo regolare.

L’ultimo di questi edifici, una cinquantina in tutto, è completato nel 1898. Si tratta di un cambiamento radicale. Non più palazzine, ma case singole per un paio di nuclei famigliari al massimo.

Lavatoio

Se ne va vanno in fila uno dietro l’altra, cariche di panni sporchi, tra le strade del villaggio, poi lungo l’argine dell’Adda. Sono donne, giovani e meno giovani. Il fiume fornisce l’acqua per il lavoro, ma è necessario anche per la vita di tutti i giorni, quindi per lavare i panni, d’estate e d’inverno.

Le famiglie sono piuttosto numerose e anche se non ci sono le esigenze di pulizia di oggi e il numero di indumenti è molto più basso, le donne fanno una gran fatica a portare sulle spalle il bucato. Motivo per cui, nel 1890, là dove è nato il primo nucleo di case operaie, viene costruito il lavatoio, coperto e diviso in due sezioni. La prima per il lavaggio, la seconda per lo sciacquo.

La costruzione è realizzata in mattoni a vista, con archi sostenuti da colonne decorate e con giochi geometrici che si allungano su tutto il perimetro, giusto sotto il tetto.

Più avanti nel tempo viene edificato un secondo lavatoio, accanto alla centrale termica, non più in cotto, ma in pietra e cemento.