L'architettura

L'urbanistica
Crespi è un distillato di forme, perlopiù geometriche. Potrebbe essere scaturito dalla mente di un matematico. Crespi ha un ritmo. Se un computer scansionasse la sua mappa, se la analizzasse, forse troverebbe delle corrispondenze con note musicali, con un’armonia di fondo ben delineata. Forse, vista la perfezione del suo impianto urbano, la musica che ne scaturirebbe potrebbe avvicinarsi a una partita o a una sonata di Bach.

Crespi, a guardarlo dall’alto, con un occhio zenitale, appare ordinato e diviso in due parti distinte. La strada principale che arriva da Capriate e che conduce al cimitero, dove il villaggio termina, separa la zona destinata all’abitare, sulla sinistra, da quella del lavoro, a destra.

Lo stabilimento offre un fronte lunghissimo, la base di un triangolo isoscele immaginario che accoglie la stragrande maggioranza delle abitazioni e degli edifici riservati alla vita comunitaria – scuola, chiesa, negozi, servizi.

Le case operaie sono poste su una sorta di scacchiera, distribuite in gruppi, separate l’una dall’altra da lotti di terreno delimitati da recinzioni alte un metro.

Le strade, distribuite ortogonalmente, offrono unità al disegno urbano e sottolineano l’organizzazione razionale dello spazio.

Le abitazioni più tarde, riservate ai dirigenti, sono invece disposte in maniera più libera all’interno di un’area verde prossima al bosco, a sud-est dell’edificato.

Urbanistica ok2Foto lurbanistica 02

Gli stili architettonici
Cristoforo Benigno Crespi tiene in alta considerazione la capacità dell’architettura e crede possa e debba avere un valore civile. Ecco perché nel suo villaggio, lui prima e Silvio poi, oltre all’unità urbanistica, inseguono un progetto con principi estetici forti.

Per ottenere questo fine i Crespi si circondano di architetti e ingegneri di valore, capaci di garantire efficienza funzionale e bellezza insieme. Tra questi Angelo Colla (1837-1891), Ernesto Pirovano (1866-1934), Gaetano Moretti (1860-1938), Pietro Brunati (1854-1933).

All’interno del villaggio si possono osservare diversi stili. Quello predominante, detto neogotico-lombardo, che prende sfumature più o meno marcate in relazione agli edifici a cui viene applicato.

Quello rinascimentale, incarnato dalla chiesa, e quello neo medievale rappresentato dalla villa-castello.

A questi si aggiunge il mausoleo in stile eclettico, con caratteristiche tratte dalla secessione viennese e dalle costruzioni mesopotamiche ed egizie, cui si aggiungono particolari decorativi esotici e orientaleggianti.

Chiesa Stabilimento6

I materiali di base
Le case operaie, pur nella loro semplicità, sono caratterizzate da decorazioni in cotto che incorniciano il profilo delle finestre. Inoltre, in origine, tra il piano terra e il primo, lungo il perimetro, correva un ornamento dello stesso materiale, rimosso a partire dagli anni ’40 per rispondere al gusto dell’architettura razionalista.

Il cotto è presente in maniera ridotta ma significativa anche nei fregi della fabbrica. Ad esempio, dalla strada principale sono visibili gli oculi delle finestre cieche circondati da una ghiera stellata e le cornici di finte porte con arco gotico.

Il mattone pieno si rivela nella struttura longilinea e potente delle due ciminiere. Anche il lavatoio, al di là della sua funzione pratica, è una costruzione in laterizio, con ornamenti minimali eppure utili a restituire una complessiva idea d’omogeneità architettonica.

L’altro materiale molto usato a Crespi è il ceppo dell’Adda. Si tratta di un conglomerato di ciottoli di varie dimensioni, facilmente reperibile in zona. Si trova in maniera più o meno manifesta in tutti gli edifici del villaggio, ad esempio nei basamenti della chiesa o, in grandi lastre, sulle pareti del castello, o come materiale costruttivo nel mausoleo di famiglia.

Materiali 8Materiali 3

Lo stabilimento

Lo stabilimento occupa buona parte della zona meridionale del villaggio segnalandosi con la sua struttura a un unico piano. Presenta una linea architettonica di natura seriale, ai cui tetti a shed corrispondono ampi saloni con strutture portanti in ghisa. La fabbrica diventa quindi lunga e si contrappone a quella su più piani. La forma allungata si adegua all’esigenza di avere un unico motore e di distribuire la forza prodotta in modo ininterrotto ed efficace.

Con il passare degli anni la fabbrica cresce in maniera modulare intorno al primo nucleo, segnalato dalla presenza della torre di stampo medievale, disegnata dall’architetto Angelo Colla. La facciata del primo reparto di filatura corre parallela al fiume evidenziando come all’inizio fosse il fronte sud quello principale. Gli elementi che contrastano in modo netto con l’orizzontalità e gli schemi ripetuti dello stabilimento sono le ciminiere. L’imponenza, l’utilizzo del cotto, i fregi e la centralità della posizione le rende punti catalizzatori dello sguardo, sia da vicino che da lontano. In origine erano tre, poi la seconda, posta in linea con quella dell’ingresso, fu abbattuta per problemi strutturali prodotti da un fulmine.

Nel corso degli anni, il reparto filatura si allarga fino a raddoppiare la superficie. Nel frattempo crescono altri settori, tra cui la tessitura, disegnata da Ernesto Pirovano. L’impianto di tintura viene invece collocato in un edificio molto suggestivo, dotato di torrette per lo smaltimento dei vapori.

Poi il fronte principale della fabbrica si sposta. Diventa predominante infatti quello che dà sulla strada e non quello che costeggia il fiume. Nel 1925 è portata a termine l’entrata principale, detta dei cancelli rossi per via del cancello in ferro battuto di Alessandro Mazzucotelli. La parte architettonica assume una forza decorativa nobile, sottolineata da graffiti, orpelli e ampie campiture cromatiche.

Fabbrica Orologio Shed

La centrale idroelettrica
Quando lo stabilimento viene fondato, l’enorme stanza della centrale, detta il canapone, contiene una turbina cui è affidato il movimento ripetitivo delle macchine.

Nel 1904 Cristoforo procede alla trasformazione. Da centrale idraulica si trasforma in idroelettrica che inizia a funzionare nel 1909.

All’esterno l’edificio è in ceppo dell’Adda, mentre all’interno alloggia tre gigantesche ruote di metallo nero, gli alternatori, cui sono agganciate le turbine, probabilmente le più grandi mai realizzate fino ad allora.

Le pareti piastrellate, il parquet, i dettagli dei portalampade, i disegni floreali, la bella consolle di comando mostrano quanta attenzione i Crespi ponessero all’aspetto estetico anche in strutture di carattere produttivo.

 Centrale 1

I palazzotti
La discesa che conduce a Crespi non è ancora finita che, giusto all’ingresso del paese, si incontrano tre edifici. L’aspro dialetto del luogo li chiama palasòcc, palazzotti, e oltre ad accogliere chi entra a Crespi, rappresentano le prime abitazioni, realizzate tra il 1877 e il 1878.

Si tratta di edifici rettangolari molto semplici, a tre piani, che potevano ospitare fino a dodici famiglie.

I muri, intonacati, presentano un finto bugnato in corrispondenza del primo livello e una cornice decorativa nella parte superiore. Le facciate sono scandite da cinque finestre sul lato lungo e tre su quello corto. Sul tetto si aprono abbaini in corrispondenza delle finestre. Lo stesso modello architettonico è utilizzato per i vicini edifici che ospitavano albergo e osteria.

Questo genere di costruzioni à caserme sono messe in discussione all’Esposizione Internazionale di Londra del 1851 dove viene presentata la versione à pavillon, ovvero a casetta.

A tale proposito è interessante leggere ciò che scrive Silvio Crespi nel 1894, cinque anni dopo essere diventato direttore dello stabilimento, nella relazione “Dei mezzi di prevenire gli infortuni e garantire la vita e la salute degli operai nell’industria del cotone in Italia”.

“Era seguito da tutti, fino a pochi anni or sono, il sistema di fabbricare case grandi, a più piani, capaci di contenere 10 e fino a 20 famiglie: questo era un errore. Si facevano delle caserme, non delle case, in cui il pianto dei bambini, i pettegolezzi fra donne, i rumori d’ogni genere interrompono continuamente la quiete necessaria al riposo, e la vita vi si fa quasi in comune, e la troppa vicinanza delle famiglie ingenera malumori, che finiscono in diverbi od in risse. Non s’illuda l’industriale di creare una mano d’opera affezionata usando un tale sistema di costruzione: avrà sempre degli operai girovaghi, cupidi soltanto di un maggior guadagno. La casa operaia modello deve contenere una sola famiglia ed essere circondata da un piccolo orto, separata da ogni comunione con altri. Ricordiamo le città operaie inglesi, composte di lunghe file di abitazioni fronteggiate da un piccolo giardino, e aventi a tergo un piccolo orto. Il giardino è cintato e serve d’ingresso; la porta dà poi di solito in uno stretto corridoio, che di fianco si accede ad un salotto, di fronte alla cucina. Fra il salotto e la cucina è situata la scala ad una sola mandata, che mette alle due camere da letto del primo piano; la latrina è sul di dietro della casa e isolata; le case sono unite fra loro ai lati opposti; e così sono economiche, bastevoli per qualsiasi famiglia. Oldham, Bolton, Accrington, ecc., sono tutte città costruite in tal modo. Ricordiamo con maggior soddisfazione i quartieri operai di Mulhouse, in cui le case sono invece isolate e divise in quattro parti, unite dai due fianchi convergenti in uno stesso angolo. Servono così per quattro famiglie; sono più simpatiche, ma occupano maggior spazio e costano di più.

  palazzotti 1 palazzotti 2-3

Le case operaie unifamiliari e bifamiliari
Dal 1886, Cristoforo e, con maggiore convinzione, Silvio smette di costruire edifici plurifamiliari ai quali preferisce villette uni e bifamiliari.

Alla fine del 1907 sono una cinquantina quelle innalzate in tutto il villaggio. Sono edifici a pianta quadrata, a due piani complessivi. Pur sembrando uguali, alcuni hanno un ingresso unico con una scala che porta al piano superiore, altri invece hanno due ingressi indipendenti. Gli ambienti, divisi in maniera razionale, erano alti e luminosi, in modo da far entrare luce e aria secondo le raccomandazioni del periodo nel campo della prevenzione sanitaria.

Nelle case unifamiliari, al piano terreno, si trovava la cucina e uno spazio di lavoro, mentre al primo piano si sviluppavano le stanze da letto, quattro o cinque, a seconda che fosse sfruttato o meno il vano d’accesso.

Dietro l’edificio, un piccolo porticato chiuso ospitava lavatoi e latrine.

Le villette bifamiliari avevano invece una doppia scala interna. Al piano terreno gli spazi presentavano la stessa conformazione della unifamiliare ma con un numero ridotto di vani. Per entrambe le tipologie la scala poteva avere un orientamento parallelo o perpendicolare alla facciata d’ingresso. Una cornice in cotto segnalava il distacco tra il piano terra e il primo, ma venne levata nei primi anni Quaranta. Un’altra è presente ancora oggi sotto la linea del tetto.

All’esterno le case avevano uno spazio coltivato a orto ed erano separate l’una dall’altra tramite recinzioni fatte con “regge”, ovvero nastri metallici recuperati dagli imballaggi del cotone. Le case venivano concesse in affitto alla famiglia in cui almeno un familiare lavorasse all’interno della fabbrica. Il canone era detratto dalla busta paga e non c’era possibilità di riscatto. Anche la manutenzione era a carico della ditta.   Casa operaia x urbanistica  Casa operaia 2

Villette per impiegati e capireparto
Dopo la bufera della prima guerra mondiale, la parte sud del villaggio, ancora libera, si arricchisce di altre abitazioni. Rispetto alle case operaie si presentano con una maggiore ricchezza decorativa e utilizzano materiali più preziosi e variegati. Le quattro costruzioni diventano l’alloggio degli impiegati e dei capireparto.

Hanno pianta rettangolare, con terrazzi in ceppo dell’Adda, decorazioni nella parte alta, finestre regolari ma di grandezze diverse, tetti con linee più articolate e sormontati da comignoli di sapore fiabesco.

All’interno, gli spazi hanno una maggiore flessibilità e offrono anche ambienti di rappresentanza. La superficie esterna, anche qui delimitata da bassi cancelli in materiale recuperato, non è più usata come orto, ma si configura come un vero e proprio giardino.

Casa capor reparto 5Casa capor reparto 3

Villini dei dirigenti
Nella zona più boschiva e riparata del villaggio, lontane dal viavai produttivo, a partire dagli anni Venti, crescono otto eleganti ville destinate ai dirigenti.

Rispetto alla disposizione precisa della case operaie si estendono in modo più irregolare e asimmetrico, fattore che ne contraddistingue anche l’architettura.

A differenza delle altre abitazioni del villaggio, sono diverse le une dalle altre e presentano rivestimenti in pietra su larga parte delle facciate.

Il legno viene accostato al ceppo dell’Adda e in generale l’uso di materiali differenti crea forti contrasti di colore a cui si aggiunge la vegetazione che, talvolta, si innesta nella struttura, sviluppandosi su pergolati, portici e terrazzi.

Sui tetti spioventi sbucano comignoli e pinnacoli ricercati. I giardini si fanno più ampi e curati, arricchiti da alberi ad alto fusto. Pur con queste differenze lo stile è omogeneo e in un certo qual modo ricorda certe magioni anglosassoni.

Dirigenti 3 villa 5

Le abitazioni del medico e del parroco
Nella parte sommitale della collina che affaccia sul villaggio sono situati gli edifici in cui vivevano il parroco e il medico.

Sono realizzati con le medesime tecniche delle case operaie, ma rispetto a queste ultime sono molto più grandi e esibiscono una maggiore ricchezza decorativa. Inoltre hanno conservato i marcapiani, rimossi nella case operaie durante il periodo fascista, e presentano fregi alle finestre, cornicioni, modanature in cotto e colonnine in ghisa.

Entrambe le abitazioni sono provviste di un vasto giardino che scende verso il villaggio al cui fondo si trova una porticina che garantisce di raggiungere in modo rapido il centro del paese.

medico e parroco nuovo 2 medico e parroco nuovo 1

La scuola

La scuola è l’edificio più imponente fra quelli destinati ai servizi primari del villaggio. Si trova al termine di un’ampia scalinata in ceppo dell’Adda. La dimensione attuale viene raggiunta in tre fasi, anche se dal 1891 l’edificio è già una presenza evidente nel panorama del paese grazie ai suoi due piani d’altezza.

Fino alle modifiche operate negli anni del razionalismo fascista, rivelava un aspetto meno squadrato di quello attuale, con decorazioni in cotto più elaborate sia nella zona del tetto che in quella dell’ingresso e delle finestre.

Il piano superiore era occupato dall’alloggio per gli insegnanti mentre gli altri erano divisi in due aule piccole e in due grandi, riservate all’asilo e alla scuola.

L’edificio ospitava anche corsi di economia domestica e le prove della banda del paese. Nella parte retrostante fu ricavato anche il teatro che accoglieva circa un centinaio di persone. Qui andavano in scena rappresentazioni di vario genere a cui, dal 1922, si aggiunse un altro spettacolo di grande fascino – il cinematografo.

Costruzione: 1890 Interventi di ammodernamento negli anni Trenta – tolti i fregi decorativi della facciata. 1990 ristrutturazione a cura dell’Amministrazione Comunale.  Scuole notturna Scuola nuova 3 

La villa castello

Nei giorni nebbiosi la sua torre sbuca all’improvviso, grandiosa come l’albero di una nave in mezzo al mare. Insieme alle ciminiere, il castello, è l’edificio di Crespi che balza agli occhi con più forza e che svetta sulla pianura a chilometri di distanza. Rappresenta il biglietto da visita del villaggio.

La forma neomedievale si deve a un gusto del revival tipico di fine Ottocento. Un castello ha uno specifico valore nell’immaginario, quindi è altrettanto probabile che i Crespi volessero evidenziare il loro ruolo e la loro presenza nel territorio usando un linguaggio architettonico immediato.

La villa ha un ingresso minore, non in linea con l’importanza attribuitale, e prossimo al canale fatto scavare da Cristoforo per portare acqua alla fabbrica.

La sua gigantesca mole si affaccia proprio sullo stabilimento con cui era collegato tramite il giardino.

La torre principale raggiunge i 50 metri, mentre la più bassa nasconde il serbatoio per l’acqua potabile.

Ernesto Pirovano, l’architetto incaricato del progetto, usa come materiale predominante il mattone che richiama le decorazioni in cotto già presenti nel villaggio. L’esterno è arricchito con monofore, bifore, trifore e colonnine, basi e davanzali in marmo, parti in cemento, affreschi con stemmi araldici, mosaici, capitelli dal tono epico e inserti in ferro battuto e bronzo.

All’interno la struttura è su tre livelli. Al primo piano c’era un grande atrio che prendeva luce dal tetto. Lungo le pareti si sviluppava un loggiato con ringhiere di pregevole fattura. Sempre al piano terra trovavano spazio il “salone blu” che veniva utilizzato come sala della musica, il “salottino bianco” che doveva il suo nome alla nota di colore dominante, lo studio padronale nel quale era stato installato il telefono, il “salone verde” che costituiva il cuore della vita famigliare grazie al camino.

Dato il carattere di rappresentanza non poteva mancare un locale per il biliardo e una sala da pranzo capace di ricevere una ventina di ospiti. Il piano semi-interrato era dedicato ai servizi come cucina e lavanderia.

Al piano primo erano state ricavate le camere da letto, mentre il secondo conduceva alla torre principale da cui si può godere una vista a trecentosessanta gradi sul territorio circostante.

Di valore era anche il mobilio del castello. Purtroppo tutto ciò che era conservato al suo interno è andato perso con il tempo e con i passaggi di proprietà.

I Crespi vivono qui dal 1894 al 1930. Ne fanno la loro residenza nel periodo estivo e in parte dell’autunno.

Pur avendo come ospiti personaggi illustri e personalità di spicco della scena politica nazionale, dalle testimonianze trapela un attaccamento dovuto più che altro all’uso quotidiano e alle feste familiari.

Anno di costruzione 1893-1894. Venti mesi. Progettisti: architetto Ernesto Pirovano, Ingegner Pietro Brunati.

Castello 5 castello 1

Chiesa

Siamo nel 1897, alle 6:30 del mattino, la chiesa apre il portone per la prima e unica messa della giornata. Un orario che segue i turni del lavoro.

Dal 1899, la domenica, ne vengono invece celebrate due. La chiesa è quindi un luogo sociale di un certa rilevanza anche a Crespi. A osservarla bene si potrebbe credere che la sua foggia possa scontrarsi con lo stile prevalente del villaggio, invece la semplicità decorativa degli edifici circostanti non contrasta con la sua eleganza rinascimentale.

A parte il desiderio di voler rendere onore al paese d’origine è ancora misterioso il motivo che ha portato Cristoforo a erigere una copia esatta della chiesa di Santa Maria di Piazza di Busto Arsizio. Realizzata fra il 1891 ed il 1893, sotto la direzione dell’ingegner Pietro Brunati, si distingue dall’originale solo per il basamento in ceppo dell’Adda di 70 centimetri e per la scalinata in marmo di Verona.

La cupola ha base ottagonale. Le vetrate della chiesa sono ottenute con elementi circolari di dodici centimetri di diametro provenienti dalla demolizione di vecchie fabbriche.

L’interno ripropone la calibrata grazia degli esterni. La parte decorativa è opera di Luigi Cavenaghi, forse scelto poiché aveva già operato nei restauri della chiesa di Busto Arsizio.

Le pareti sono affrescate con raffinatezza e una qualche esuberanza. Notevole è la cupola, dove il soffitto a cassettoni ricrea un effetto sfondato da cui trapelano file di stelle che brillano nel cielo notturno.

Non mancano affreschi a grottesche e putti e, negli angoli, tra l’arco e i pilastri, medaglioni con personaggi tratti dalla Bibbia.

Lavori di costruzione 1891-1893. Direzione: Ingegner Pietro Brunati Decorazione pittorica dell’interno: Luigi Cavenaghi 1896: Chiesa officiata da un Cappellano. 1925: Vicariato Parrocchiale. 1983: Parrocchia SS. Nome di Maria.

chiesa dall'alto chiesa 2

Cimitero e mausoleo
Al termine della lunga, dritta strada che scende verso il paese, costeggia i principali edifici – fabbrica a destra, chiesa e scuola, a sinistra – superato uno spazio coperto da vegetazione, dietro uno scavallamento del terreno, appare la figura imponente del mausoleo che segnala il cimitero.

Il camposanto nasce per semplificare la vita collettiva in termini di spostamenti, soprattutto in una sfera delicata come quella relativa alla perdita di un caro. Viene comunque vissuto come spazio conclusivo di un’esperienza esistenziale svolta dentro un universo autoconcluso.

Come tutto ciò che concerne il villaggio, anche il cimitero combina bisogni di pura gestione della vita quotidiana, pensiero estetico e spirito evocativo. È l’unico spazio del paese per cui Crespi non si affidi direttamente a dei professionisti, ma istituisca un concorso.

Nel 1896, tramite l’Accademia di Brera, viene infatti aperto un bando, vinto poi da Gaetano Moretti. Ci vogliono però dodici anni prima che cimitero e mausoleo siano terminati e aperti.

La tomba della famiglia Crespi, inserita nel monumento principale, si staglia scenografica sul resto dello spazio cimiteriale, delimitato da un muro ai lati e da una cancellata di ferro in stile liberty all’ingresso. La recinzione separa, ma non impedisce di vedere, offrendo distacco ma anche continuità.

A livello del terreno si trovano, in perfetto ordine, delle croci in ceppo dell’Adda con foto, nome, data di nascita e morte del defunto. Le tombe, che ricordano i cimiteri anglosassoni per la collocazione rasoterra, erano destinate agli abitanti del villaggio. La sepoltura semplice era offerta dalla ditta. Chi desiderava una tomba propria aveva l’obbligo di costruirla sui lati, vicino ai muri di cinta. In passato il campo di sepoltura era delimitato da siepi di mirto, oggi del tutto scomparse.

Il mausoleo affascina grazie alla polifonia degli stili citati e reinterpretati. È probabile che essendo il progetto per un monumento funebre Moretti si sia sentito di dare sfogo a un linguaggio architettonico più libero e a tratti visionario dove si mescolano influssi modernisti e accenni esotici. La libertà progettuale si manifesta anche nell’utilizzo dei materiali – ceppo dell’Adda e cemento decorativo, in particolare.

A partire dal terreno il sepolcro presenta un piedistallo a gradoni interrotto da una scalinata su cui si impiantano tre livelli distinti. L’andamento ascensionale pur essendo possente è equilibrato e, in un certo qual modo, leggero.

Al primo livello si trova una porta con battenti in bronzo che presenta alcuni accenni ornamentali in stile liberty. Nella parte superiore, sopra cinque fenditure decorate, si trova il Chrismon, un monogramma costituito da una X (chi) e da una P (rho) che forma il nome di Cristo iscritto dentro un sole.

Salendo si trovano le statue delle Virtù Teologali dal tratto scultoreo in stile liberty e vagamente irrequieto.

Nella parte più alta, dentro un dado, è iscritta una croce. Ai lati della piramide si estende una grande esedra che sembra abbracciare il camposanto e che offre l’unico elemento curvo di tutto l’impianto monumentale.

Dal portale si accede alla cappella, che non mantiene il livello di novità dell’esterno. Il tempio ha infatti una struttura più regolare. Da qui, tramite due scale simmetriche, è possibile scendere alla cripta, formata da una sala centrale e tre gallerie. Nell’ambiente principale si trovano quattro sarcofagi isolati, mentre nei corridoi si sviluppano altre sepolture a colombari. In generale i toni caldi e la semplicità delle soluzioni ornamentali rendono l’ambiente intonato alla meditazione e al raccoglimento.

Progetto: 1896 Architetto: Gaetano Moretti I lavori per la costruzione del cimitero, del mausoleo e del viale d’accesso durarono dal 1905 al 1908. Oggi il cimitero e il viale d’accesso sono comunali, mentre il mausoleo è di proprietà della famiglia Crespi.

Cimitero daCimitero 2

Centrale Idroelettrica Taccani
Stesa sull’ansa naturale del fiume Adda, allungata sotto il profilo del castello visconteo, di cui si sono conservati il mastio e pezzi di muri perimetrali, la Centrale Idroelettrica Taccani di Trezzo sull’Adda è senza dubbio uno degli edifici più affascinanti fatti costruire dai Crespi.

L’ideatore è Gaetano Moretti a cui Cristoforo raccomanda di immaginare una struttura che si integri con il paesaggio e con i ruderi del castello medievale.

Moretti riesce a intonarsi al contesto usando un fronte basso e allungato, quasi fosse la parte sottostante della fortezza, e riveste i muri con lastre di ceppo d’Adda per avvicinarsi al colore e alla consistenza materica della vecchio maniero.

Aggiunge poi altri elementi caratteristici della sua architettura che pesca dal vicino oriente, e dalla rivisitazione di certi stilemi medievali e motivi ispirati al modernismo di matrice tedesca.

All’interno il corpo centrale più alto alloggia il locale dei quadri comando. A sinistra si sviluppano undici campate e il pavimento accoglie gli alternatori che operano grazie alle turbine sottostanti. A destra, le altre cinque campate ospitano l’impianto a vapore di riserva, costruito per ovviare alle deficienze di portata del fiume.

Taccani 2 Taccani 1