Silvio Benigno Crespi

Cotone e destino

È probabile ci sia, anche se in minima percentuale, un po’ di cotone nel sangue di Silvio Crespi.

Il nonno, ma soprattutto il padre, inseguono il sogno di essere imprenditori del cotone già agli inizi del XIX secolo e lui non può essere da meno, è una questione cromosomica.

Nato a Milano il 24 settembre 1868, dopo il battesimo vero e proprio, ne sperimenta un secondo il 25 luglio 1878, quando il padre, Cristoforo, gli concede l’onore di gettare la prima manciata di cotone grezzo nella caricatrice. Lo stabilimento di Crespi d’Adda prende il via con lui.

Un ragazzo pieno d’iniziativa

Silvio cresce tra Milano e il nascente villaggio operaio. Competenza appresa sul campo e voglia di fare lo spingono, già mentre studia giurisprudenza a Pavia, a utilizzare i periodi di vacanza per viaggiare e fare esperienze lavorative all’estero.

I suoi interessi sono la produzione industriale, l’economia, l’innovazione applicata al lavoro. Va a conoscerli da vicino proprio là dove hanno preso piede con più forza: Francia, Germania e Gran Bretagna. Impara il lavoro sul campo, così come le lingue, che gli verranno buone più avanti per impegni diplomatici di una certa complessità.

La laurea e la prima responsabilità

Nel 1889 si laurea con una tesi su un argomento caro ai cotonieri dal titolo “L’arbitrato nelle controversie commerciali”. Poco prima del Natale dello stesso anno il padre gli offre la procura generale e la direzione tecnica dello stabilimento.

A soli 21 anni può esercitare la compravendita dei cotoni, stipulare contratti di trasporto, acquistare macchinari, accettare e girare cambiali a nome della ditta Benigno Crespi. Non male vista l’età.

Padre e figlio

Silvio affianca il padre che gli lascia volentieri l’iniziativa, dandogli comunque manforte e finanziando le sue proposte, sia quelle che vanno ad ampliare il villaggio sia la fabbrica. Oltre a spingere l’acceleratore sulla sua attività, Silvio si muove con destrezza negli ambienti industriali ed economici che contano e interviene su questioni che gli stanno a cuore come le tariffe doganali.

Nel 1893 promuove con altri imprenditori l’Associazione fra gli industriali cotonieri e Borsa cotoni, di cui diviene il presidente.

Infortuni e salute

Nel 1894, al Congresso internazionale degli infortuni sul lavoro e delle assicurazioni sociali, Silvio presenta un opuscolo intitolato “Dei mezzi di prevenire gli infortuni e garantire la vita e la salute degli operai nell’industria del cotone in Italia”. Il memoriale è rilevante perché racchiude la descrizione del villaggio operaio ancora in costruzione insieme ad alcune teorie di Silvio su temi di carattere sociale e sui metodi per prevenire e smorzare i contrasti di classe.

Eccone uno stralcio esemplificativo: “Ultimata la giornata di lavoro, l’operaio deve rientrare con piacere sotto il suo tetto: curi dunque l’imprenditore che egli vi si trovi comodo, tranquillo ed in pace; adoperi ogni mezzo per far germogliare nel cuore di lui l’affezione, l’amore alla casa. Chi ama la propria casa ama anche la famiglia e la patria, e non sarà mai la vittima del vizio e della neghittosità. I più bei momenti della giornata per l’industriale previdente sono quelli in cui vede i robusti bambini dei suoi operai scorrazzare per fioriti giardini, correndo incontro ai padri che tornano contenti dal lavoro; sono quelli in cui vede l’operaio svagarsi ed ornare il campicello o la casa linda e ordinata; sono quelli in cui scopre un idillio o un quadro di domestica felicità; in cui fra l’occhio del padrone e quello del dipendente, scorre un raggio di simpatia, di fratellanza schietta e sincera. Allora svaniscono le preoccupazioni di assurde lotte di classe e il cuore si apre ad ideali sempre più alti di pace e d’amore universale.”

Abolizione del lavoro notturno

Tra il 1892 e il 1896 l’industria cotoniera italiana entra in crisi. La Benigno Crespi sbanda, ma riesce a fare fronte alle difficoltà.

Silvio, preoccupato perché il comparto cotoniero si sta avviando verso una pericolosa sovrapproduzione, chiede all’Associazione dei cotonieri di accordarsi per abbassarla. La proposta non è ben accolta e lo è ancor meno quella con cui chiede l’abolizione del lavoro notturno nelle fabbriche, in particolare per donne e fanciulli.

I contrasti sul tema sono così aspri che nel 1897 Silvio si vede costretto a dimettersi dalla presidenza.

Reparto tessitura

Silvio ha una visione più integrata della produzione tessile e, nel 1896, non solo amplia la filatura, ma apre il reparto tessitura che conta da subito 320 telai meccanici.

Intanto alcuni dei macchinari iniziano a essere mossi dall’energia elettrica e gli ambienti lavorativi a essere illuminati da lampade a incandescenza.

Un paio d’anni dopo Silvio completa il ciclo produttivo introducendo i reparti di tintoria e finissaggio dandoli in gestione al fratello Daniele.

Silvio deputato

Dal 1897 lo stabilimento dedica tutto un reparto di filatura al solo mercato estero. La Benigno Crespi si proietta oltre confine, ma in Italia Silvio tenta una nuova impresa, la politica. Nel 1899 infatti viene eletto deputato per la circoscrizione di Caprino Bergamasco nelle fila del Partito Liberale.

L’entusiasmo non gli manca, tanto che a Roma diventa presto il leader di un gruppo chiamato “giovani turchi”. Il nome deriva dal deciso liberalismo e dalla forte opposizione a qualsiasi intervento dello Stato nell’attività economica.

La Centrale Taccani di Trezzo sull’Adda

Nel 1904 insieme al padre Silvio avvia la Società anonima per le forze idrauliche di Trezzo sull’Adda di cui diventa presidente. È la pietra angolare su cui si fonda la Centrale Taccani che verrà aperta due anni dopo.

Silvio e i motori

Se Cristoforo ama le carrozze e i cavalli, Silvio intuisce fin da subito le potenzialità dell’automobile. Non può fare a meno di frequentare i luoghi che trattano il tema dei motori. Ne è così entusiasta che nel 1905 riesce a diventare presidente dell’Automobile Club di Milano e in seguito dell’Automobile Club d’Italia.

Le attività promosse partono dall’organizzazione di gare pionieristiche e si indirizzano anche allo sviluppo di una rete viaria più capillare.

Il passaggio di testimone

Nel 1906 Cristoforo subisce un attacco cerebrale che riduce di molto le sue facoltà mentali. Se Silvio è già di fatto il responsabile della Benigno Crespi, con questo evento ottiene il totale controllo dell’attività.

Da qui in poi spinge ulteriormente sulla qualità dei prodotti. In un periodo di difficoltà economica generale sono le esportazioni a tenere a galla l’azienda.

L’estromissione di Daniele

Silvio ha un fratello minore, Daniele, che ha nominato responsabile della tintoria e del finissaggio. I due sono molto diversi. Daniele ama la bella vita e giocare e sperpera denaro senza badarci troppo. Ne butta via così tanto da costringere il padre a prelevare grosse somme dalle casse dell’azienda per ripianare i debiti.

Daniele è malaccorto perfino negli affari tanto da obbligare a intervenire a suo sostegno anche Silvio, che è preoccupato e vuole arginare la voragine aperta nei conti societari.

Per non interdire il padre in modo disonorevole, che con la malattia ha ancora meno difese contro le dissipazioni di Daniele, Silvio trova una forma insolita per suddividere l’eredità, detta ante mortem de cuius. Di fatto costituisce una società anonima, architettando un mezzo raffinato per estromettere Daniele dalla gestione. Vista l’esclusione, Daniele minaccia il suicidio, ma non porta a compimento il proposito.

A partire dal 1910, Silvio detiene la maggioranza relativa divenendo vicepresidente, amministratore delegato e direttore generale.

Battaglie politiche

Mentre affronta le battaglie familiari, Silvio ha la forza di lottare anche in parlamento. Nel 1905 si oppone al passaggio delle ferrovie sotto il controllo dello Stato, e nel 1911 al progetto di istituire un monopolio pubblico delle assicurazioni sulla vita.

La torre conquista il mondo

Pur in mezzo alle difficoltà, negli anni precedenti lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Silvio porta lo stabilimento a livelli di eccellenza.

I macchinari vengono sostituiti con altri più efficienti. I cotoni grezzi, provenienti da India, Stati Uniti ed Egitto sono trasformati in prodotti di qualità. Lo stabilimento produce tele, popeline, damaschi, velluti, satin, rasi. All’estero sono percepiti della medesima qualità della merce inglese. Del resto i macchinari sono reperiti per la stragrande parte in Gran Bretagna, in Germania, in Svizzera e la manodopera, dopo trent’anni di attività, è ormai formata.

I prodotti di Crespi sono contrassegnati dalla torre, corrispondente a quella costruita sul tetto della prima porzione dello stabilimento, o da un ventaglio, scelto perché in dialetto milanese Crespin significa ventaglio.

La Prima Guerra Mondiale

La prima Guerra Mondiale giunge a Crespi in un momento già di per sé piuttosto duro. Cristoforo è infatti stato costretto a vendere all’asta tutti i quadri della collezione per ripianare le perdite di Daniele.

Paradossalmente il periodo bellico porta molti vantaggi a Crespi, date le forti ordinazioni statali per la produzione di tele per gli aerei. La Benigno Crespi lavora a tutto regime reintroducendo i turni di notte e Silvio decide addirittura di ingrandire gli impianti a guerra ancora in corso.

Silvio ministro

Il 24 ottobre 1917 l’Italia subisce la sconfitta di Caporetto. A seguito della disfatta il presidente del Consiglio Orlando nomina Silvio Crespi sottosegretario agli Interni per gli approvvigionamenti e i consumi alimentari e, poco dopo, lo designa ministro con il medesimo incarico.

Crespi interpreta il ruolo basandosi sull’esperienza imprenditoriale e introduce la sua capacità organizzativa in un meccanismo alquanto farraginoso. Grazie a tale impostazione ottiene molti aiuti, soprattutto dall’Inghilterra, aiuti che risollevano la situazione alimentare dell’esercito, ma non quella della popolazione civile, sottoposta a drastiche restrizioni almeno fino alla metà del 1918.

I risultati ottenuti gli valgono un ruolo centrale nella difficile fase post-bellica, tanto che viene nominato rappresentante dell’Italia nel Consiglio supremo interalleato degli approvvigionamenti. Il suo impegno politico-diplomatico lo conduce a essere poi nominato ministro plenipotenziario e a risultare tra i firmatari del trattato di pace con la Germania, esperienza che racconterà in un diario intitolato “Alla difesa dell’Italia in guerra e a Versailles”.

Banca Commerciale Italiana

Il 23 ottobre 1919 Silvio Crespi viene nominato Presidente della Banca Commerciale Italiana. Si tratta di un evento determinante per la storia del villaggio.
I debiti contratti dalla sua azienda con la stessa banca, alla fine degli anni Venti, lo porteranno prima a lasciare la direzione dello stabilimento e poi la presidenza dello stesso istituto di credito.

Un’ulteriore espansione

Anche se preso dagli impegni istituzionali Silvio non dimentica l’azienda di famiglia, anzi spinge per ampliare lo stabilimento e il villaggio. Tra il 1919 e il 1921 in Italia e nel mondo la voglia di tornare alla vita normale fa crescere la richiesta di beni di consumo. Tra questi non possono certo mancare i tessuti. Ecco perché Silvio e il figlio Benigno, divenuto il braccio destro commerciale, spingono sugli investimenti, sull’acquisto di macchinari di nuova generazione e su altre assunzioni.

Gli utili danno loro ragione, ma già alle fine del 1921 gli affari calano e all’orizzonte si profilano altre nubi.

Il sindacalismo e gli scioperi

Mentre Silvio è impegnato con la Banca Commerciale e si trova a Parigi per questioni di salute, a Crespi, nel 1919, 40 anni dopo la fondazione dell’opificio, si tiene il primo sciopero. Anche al villaggio iniziano a giungere echi delle lotte sindacali.

Silvio, tornato a Crespi, sembra riprendere in mano il controllo, ma negli operai dello stabilimento hanno già attecchito le spinte del sindacalismo, soprattutto quello cattolico, il più potente e radicato in zona, guidato dal carismatico Romano Cocchi.

Addio al fondatore

Il 5 gennaio 1920 muore Cristoforo. Il paese, nonostante sia attraversato dalle prime tensioni sociali, si predispone a commemorarlo con tutti i crismi. Silvio cerca di rinsaldare l’unione tra la famiglia e il villaggio. Promette di costruire dodici nuove case operaie, fa progettare un velodromo, organizza gite e spettacoli, ma non basta.

Gli operai hanno le idee chiare – chiedono un aumento dello stipendio del 50 per cento. Tuttavia, da poco, è stato sottoscritto un contratto nazionale che prevede l’aumento del 25 per cento, ciò che è disposto a concedere Silvio.

I lavoratori di Crespi non hanno intenzione di cedere. Si annunciano agitazioni e scioperi.

L’incidente di Capriate

Romano Cocchi proclama l’astensione dal lavoro per il 1 febbraio 1920. Per lo stesso giorno Silvio convoca una riunione interna con il proposito di spiegare ai dipendenti il nuovo contratto. L’assemblea è quasi deserta. Molti dei convocati sono a Capriate alla manifestazione di Cocchi.

Il sindacalista ha appena finito di parlare quando Silvio raggiunge il raduno. Nella concitazione crede di sentire qualcuno che lo etichetta con “pescecane”. Che sia stato pronunciato o meno è ancora motivo di dibattito. Silvio sale sulla tribuna per gridare il suo dissenso, ma l’intervento è osteggiato dalla folla. Seguono un parapiglia e l’intervento dei carabinieri. Crespi è costretto a tornare allo stabilimento scortato. L’episodio passa alla storia come “L’incidente di Capriate”.

Tensioni

Nelle settimane che seguono l’incidente, dato il prolungarsi di scioperi e tensioni, Silvio adotta due strategie parallele. Nei momenti di massima tensione si assicura l’intervento delle forze dell’ordine e, insieme, opera sulla vita sociale del villaggio. Fa inaugurare il monumento ai caduti, propone concerti della banda, gare di tamburello, di calcio, feste patronali. Nel 1921 viene aperta una Cooperativa dei lavoratori e si festeggia un anno della Società Uniti e Forti con gare di ciclismo e podismo.

Il fascismo e Crespi

Con la fine del 1921 inizia una nuova crisi nel mondo del tessile. Lo stabilimento di Crespi non ne è immune. Silvio ha però motivo di rallegrarsi, Romano Cocchi è stato deposto dal comando del sindacato cattolico e ha meno presa sui lavoratori della zona. Il 1 agosto 1922, in Italia viene indetto uno sciopero generale, ma a Crespi si lavora a pieno regime. Allarmati dal crescere delle proteste, il 28 ottobre, Silvio e altri importanti industriali lombardi si adoperano perché il re affidi il governo a Benito Mussolini.

Auto e velocità

L’innovazione tecnologica è sempre stata un pallino di Silvio e l’automobile un nuovo mito di progresso. Ecco perché da presidente dell’ACI, nel 1921, si dà da fare per organizzare il primo Gran Premio d’Italia. Si corre sul circuito di Brescia Montichiari. Sugli spalti accorrono 150.000 persone, tra queste c’è anche il re che assiste alla gara dei bolidi e intanto chiacchiera con Silvio e, forse, gli suggerisce di trasferire la competizione a Milano.

Che si tratti di un consiglio del re o un’iniziativa personale, Crespi prende la cosa sul serio, tanto che già nel 1922 iniziano i lavori per la realizzazione dell’autodromo di Monza. Il 3 settembre dello stesso anno si tiene la prima gara, vinta da una FIAT 501 modello corsa.

Ma la passione per i motori e per le potenzialità che Silvio vi scorge non terminano qui. Nel 1923 promuove la costruzione dell’autostrada Milano-Laghi, la prima realizzata in Europa. Inizia la mobilità moderna.

Gli anni dello splendore

A Crespi la normalizzazione portata dal regime si palesa quando il 25 marzo 1923 viene inaugurata la Sezione Fascista locale.

Dal 1923 al 1925 la politica governativa conduce a una forte crescita dell’esportazione. I tessuti della Benigno Crespi raggiungono i mercati del mondo. L’eccezionale periodo di espansione porta Silvio a fare cospicui investimenti. Aumenta il numero di fusi e telai, nonché la quantità di lavoratori che nel 1928 arriveranno a 3.600.

Allo stesso tempo aumentano i servizi che la popolazione crespese ha a disposizione. Il 9 settembre 1923 Silvio inaugura il velodromo e un paio di settimane dopo accompagna 400 dipendenti in una gita a Genova.

Quota Novanta

Dalla fine del 1925 Mussolini annuncia di voler rivalutare la lira, attestandola a “quota novanta”. Silvio è deluso e preoccupato e più volte interviene per convincerlo a non perseguire il proposito. Gli esiti però sono nulli. La conseguenza è che le esportazioni nel tessile calano del 50 per cento.

Silvio riduce l’orario di lavoro, ciononostante le perdite si rivelano da capogiro. A questo si aggiungono le fatture non pagate dai clienti che nel 1927 arrivano a 6.000.000 di lire. Troppi anche per la Benigno Crespi.

Il cinquantenario

Nel 1928 lo stabilimento conta 69.000 fusi e 1.200 telai meccanici, un grande impianto di tintoria capace di una produzione giornaliera di almeno 50.000 metri di tessuti. Eppure il bilancio semestrale è impietoso – perdite per 1.7000.000 lire.
È paradossale che il preludio alla fine dell’avventura dei Crespi arrivi proprio nel cinquantenario della fondazione. Per festeggiare l’occasione viene scelta la data del 24 settembre, giorno del sessantesimo compleanno di Silvio.

La giornata prevede una parata, la consegna di medaglie, la presenza di autorità con annessa lettura di un telegramma di Mussolini. A questo si aggiunge un discorso di Silvio e, soprattutto, l’apertura, sulla piazza adiacente la chiesa, del Dopolavoro, uno spazio che ospita biblioteca, sala banchetti, sala per incontri. I fuochi d’artificio serali sono indimenticabili, ma restano l’ultima traccia concreta dei Crespi al villaggio.

Il crollo

Nel corso del 1929 la situazione della società è molto preoccupante. Oltre alla diminuzione delle vendite, nell’ultimo periodo Silvio ha intrapreso una sbagliata gestione dell’acquisto del cotone greggio. La Benigno Crespi è esposta per circa 40 milioni di lire con la Banca Commerciale Italiana, di cui Silvio è presidente.

Il conflitto di interessi sembra non preoccupare Giuseppe Toeplitz, l’amministratore delegato dell’istituto, che ritiene il valore dell’intero stabilimento superiore al passivo.

Ad aprile Silvio incontra Mussolini per trovare una soluzione non solo per la sua azienda, ma per tutto il settore. La proposta di Crespi di accorpare più cotonifici in crisi sembra avere presa sul duce, ma dopo il giovedì nero (24 ottobre 1929) tutto precipita.

Nei primi mesi del 1930 non trovando soluzione alternative si procede con la costituzione di una società anonima che fonde i cotonifici Benigno Crespi, Veneziano e Manifatture Toscane.

La Banca Commerciale Italiana detiene la maggioranza delle quote. Toeplitz adesso esige maggiori garanzie e Silvio è costretto a fare un passo indietro. Le azioni della Benigno Crespi vengono cedute alla Banca Commerciale così come i beni di famiglia, compreso il palazzo di via Borgonuovo.

A questo punto mancano solo le dimissioni da presidente della Banca che giungono il 1 novembre 1930.

La S.T.I.

La Società commerciale dei cotonifici Benigno Crespi-Veneziano-Toscane di cui Silvio è presidente ha il destino segnato. La Banca Commerciale pone a controllo dell’imprenditore un uomo di fiducia, Bruto Belli. La convivenza di Belli con Silvio e la sfera dei Crespi è difficile. Nel 1931 Belli modifica il nome da BCVT a S.T.I. – la sigla Benigno Crespi svanisce per sempre.

Il cambio di nome non muta la sostanza dei fatti – il bilancio del 1931 si chiude con una perdita di 40 milioni.

La gestione dell’azienda è frutto di diverbi continui e nel 1932 Silvio decide di lasciare, avendo però ancora nel cuore l’ambizione o, forse, solo la speranza di poter tornare. Per farlo arriva a coinvolgere più volte Mussolini, ma il capo del governo non interviene mai in modo convinto ritenendo la questione di poco interesse.

Il declino

Dal 1936 la S.T.I. è nelle salde mani di Bruno Canto che la dirigerà fino al 1957. Silvio è riuscito a recuperare il palazzo di via Borgonuovo, ma il sogno di riappropriarsi di Crespi è sfumato.

Ora si dedica ad altre iniziative industriali tra cui la produzione di container, progetto che non dà i risultati sperati e che lo costringe a inventarsi una nuova proposta imprenditoriale – la gestione di una centrale di sterilizzazione del latte. È strano pensare che il tramonto di una delle figure più influenti degli ultimi 40 anni sia caratterizzato da due richieste di segno opposto che vedono protagonista Mussolini.

Da una parte Silvio spedisce al duce alcune bottiglie di latte chiedendo un parere sulla bontà del prodotto. Dall’altra si propone di creare un gruppo di volontari della morte, sull’esempio dei kamikaze, con cui intende bombardare l’Inghilterra.

Le bottiglie gli verranno restituite vuote, l’intento suicida invece non riceverà alcun riscontro.

Nell’estate del 1943, durante i bombardamenti su Milano, viene colpito il palazzo di via Borgonuovo. Nell’incendio si perde buona parte dell’archivio di famiglia.

È l’ultimo definitivo colpo per Silvio. Sfollato presso la figlia a Cadorago, in provincia di Como, muore il 15 gennaio 1944.